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Decameron 2.0: Pasquetta ep.3
Adam82209
03.03.2026 |
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"Era palese che ci stesse provando: bastava una mia mossa e la situazione sarebbe cambiata..."
Quando Clara finì il suo racconto, Miki volle raccontare il suo.«Io vi racconterò della signora Cristina.
Un pomeriggio d’estate di due anni fa arrivò in officina un’auto. Ne scese a fatica una signora sui cinquant’anni. Era una signora immensa, e per immensa intendo alta e larga all’inverosimile. Quella Fiat 600 scricchiolò in modo inquietante. Ad ogni modo si avvicinò a me e chiese di mio padre. Io le dissi che era in ferie, ma che l’avrei aiutata volentieri io.
Lei mi indicò la macchina: “Quando schiaccio la frizione cinguetta.”
Mi grattai la testa cercando di capire se avesse bevuto o fosse matta. Andai al posto di guida e avviai l’auto; dopo pochi secondi individuai il problema.
“Signora, qui si sta per rompere il cuscinetto della frizione.”
Lei, non avendo la minima idea di cosa stessi parlando, mi liquidò subito dicendo: “Quanto tempo e quanti soldi?”
Le dissi che il primo posto libero sarebbe stato dopo due giorni e che indicativamente le sarebbe costato sui 250 o 300 euro. Le consigliai di evitare di usarla perché poteva lasciarla a piedi in qualsiasi momento. La signora tirò giù un pittoresco bestemmione e, rassegnata, mi lasciò le chiavi.
“Quando questo canchero di macchina è pronta chiamami, io nel frattempo cercherò di arrangiarmi.”
Quella signora, nonostante l’aspetto un po’ inquietante, mi era simpatica e così, una volta preso il numero di telefono e il nome, le dissi che avrei fatto il prima possibile.
Due giorni dopo la richiamai per dirle che l’auto era pronta e che poteva passare quando voleva a ritirarla. Comparve dopo qualche ora e, dopo aver saldato il conto, mi mise in mano una lattina di Coca-Cola fresca.
“Mi sono permessa di portarti qualcosa di fresco, ragazza, con questo caldo.”
L’accento romagnolo e il gesto così semplice ma gentile mi fecero sorridere e, messa da parte la professionalità che avrei dovuto mantenere, le diedi un piccolo abbraccio, dicendo che non avrebbe dovuto disturbarsi. Fu come abbracciare un immenso budino: odorava di vaniglia o qualcosa del genere. Comunque la signora andò via contentissima per il trattamento ricevuto.
Il giorno dopo ricomparve di nuovo. Quando la vidi pensai a qualche problema sul lavoro appena fatto. Mi avvicinai aiutandola a scendere dall’auto. Questa volta il problema era l’acqua del tergicristallo. Riempita la vaschetta e dicendole che non mi doveva nulla, mi mise in mano la solita lattina di Coca e un pacchetto di caramelle. Nuovo abbraccio, nuovo grazie, eccetera.
Nei giorni successivi, in un modo o nell’altro, mi ritrovai a incontrarla più volte: una volta al bar, un’altra al distributore di benzina, un’altra ancora al supermercato. Ogni volta la confidenza aumentava sempre più. La cosa non mi dispiaceva affatto, sia chiaro, anche perché era di una simpatia travolgente.
Una sera ero in un club per una serata bisex con un amico gay e, a un certo punto, mi ritrovai la signora Cristina seduta su un divano vicino al bar. Quando mi vide mostrò un sorriso enorme e mi fece avvicinare. Si alzò in piedi e, dopo avermi poggiato le sue manone sulle spalle, mi presentò ai suoi amici di tavolo: un ragazzo che già conoscevo, sostanzialmente un gigolò, e una donna sui quaranta, una di quelle sofisticate con l’aria da zitella in carriera. Parla che ti parla e bevi che ti bevi, io e la signora Cristina diventammo le star della serata: rompeva le scatole a tutti peggio di me.
Verso le due di notte il mio amico mi chiese se per me fosse un problema tornare a casa da sola in taxi, perché aveva trovato un ragazzo e voleva andare a divertirsi. Sentendo questo, lei si intromise e disse che mi avrebbe accompagnata.
Alle cinque il locale stava per chiudere e così ci avviammo. Lungo il tragitto stetti al gioco e, quando mi propose l’ennesima Coca fresca da lei, accettai, più per curiosità che per eccitazione. Era palese che ci stesse provando: bastava una mia mossa e la situazione sarebbe cambiata.
Salite da lei, le chiesi se volesse una mano a togliere il vestito. Ringraziò e tirò su i capelli esponendo la cerniera dietro. Afferrai la zip e scesi lentamente, stando attenta a sfiorarle la schiena con il dito. Il sospiro e la pelle d’oca furono il segno del suo gradimento. Fece scivolare il vestito e vidi con stupore che non indossava intimo. Sotto era completamente nuda. Per quanto fosse in forte sovrappeso, aveva un suo fascino; anzi, non mi vergogno a dirlo, era più sensuale di molte donne cosiddette “normali”.
Si voltò e la squadrai dalla testa ai piedi. Non avevo mai visto un seno così grande. Mi tirò a sé, io mi sollevai in punta di piedi e la baciai.
La presi per mano, la feci sedere sul divano e mi misi a cavalcioni sulle sue gambe. Continuammo a baciarci. Era morbida e profumata. A un certo punto mi inginocchiai davanti a lei e iniziai a baciarle le gambe risalendo lentamente. Quando mi spogliai anche io, mi attirò a sé e prese l’iniziativa con grande passione. Poi mi prese per mano e andammo in camera.
Il letto era gigantesco. Lì l’intimità divenne più intensa. Ci fu una partecipazione fisica totale, reciproca, travolgente. La fatica e il desiderio si mescolavano, il sudore pure. A un certo punto mi ritrovai completamente sopraffatta dalle sensazioni, stremata e felice allo stesso tempo.
Quando tutto si placò, mi attirò a sé. Mi sentivo senza forze, come svuotata, mentre mi accarezzava i capelli ormai umidi e attaccati alla fronte.
Ci addormentammo e dormimmo fino a mezzogiorno, svegliate dal rumore dei lavori in strada. Facemmo ancora l’amore e, dopo aver mangiato, lo rifacemmo di nuovo.
Continuammo a vederci almeno una volta a settimana per circa un anno. Poi si è trasferita nel Comasco perché ha conosciuto un uomo suo coetaneo. Ma ogni tanto, quando è sola, vado a trovarla.»
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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